ART VITAL 12 years of Ulay / Marina Abramović
Sono stato, per la mia seconda volta, a una mostra di Marina Abramović e non ne sono uscito solo arricchito, ne sono uscito scosso.
Con Abramović non si “guarda” una mostra, la si attraversa. Le sue performance – qui ovviamente documentate, ricostruite o rievocate – mettono il visitatore di fronte a temi essenziali: il corpo, il tempo, la resistenza, il dolore, la presenza. E il silenzio, che diventa parte attiva dell’esperienza.
Camminando tra corridoi e scale della monumentale Cukrarna Gallery della slovena Lubiana, all’interno della mostra ART VITAL – 12 years of Ulay / Marina Abramović, ho avvertito una tensione costante, quasi fisica. “Il corpo di Abramović non è mai solo rappresentazione: è strumento, territorio di confronto, gesto politico e spirituale insieme”, definisce la critica più autorevole. Alcune opere mi hanno messo a disagio, altre mi hanno colpito senza che riuscissi a spiegarne subito il motivo, ma facendomi ben presto smettere di analizzare per iniziare a sentire.
La mostra ripercorre la relazione artistica e personale tra i due performer Abramović e Ulay (pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen) dal 1976 al 1988, attraverso performance storiche e materiali d’archivio inediti – diari, lettere, documenti – e sarà visitabile fino al 3 maggio 2026.
Ulay figlio di un gerarca nazista, rimase orfano molto presto e crebbe senza una famiglia, devastato da un senso di colpa comune ai figli di nazisti. Marina, figlia di genitori partigiani nell’esercito di Tito durante la Seconda Guerra Mondiale, ancora da adulta doveva rientrare entro le dieci di sera per non prendere bastonate dalla madre. Entrambi, dunque, con un background che li influenzò non poco nella rigida educazione e nella successiva espressione artistica radicale e corporea.
Come avevo già notato in una precedente rassegna a Bergamo, colpisce la capacità di Abramović, condivisa qui in coppia, di stare nel dolore senza trasformarlo in spettacolo, di fare del limite un luogo di incontro. Guardando alcune opere mi sono chiesto quanto siamo davvero presenti nelle nostre vite, quanto siamo disposti a fermarci, a sostenere uno sguardo o un’attesa, senza accelerare tutto.
“La mostra di Lubiana ricorda che la performance art non è intrattenimento, ma esperienza. E che Abramović, nel bene e nel male, resta una figura centrale proprio perché non cerca consenso: cerca una forma di verità, anche scomoda”.
Dalla galleria d’arte sono uscito con più domande che risposte, ma con la sensazione di aver vissuto qualcosa di reale. In un mondo che consuma tutto rapidamente, non è poco.
Come se non bastasse, la città ci ha accolti – me, mia moglie e mia cognata – con una nevicata abbondante. Suggestiva, certo, ma anche complicata: tornare in auto è stata una piccola impresa. Ripensandoci, quella fatica finale aveva qualcosa di coerente con quanto avevo appena visto.
Perché con Abramović non credo si esca mai leggeri. Ok, le performance non sono più “vive”, sono documentate, ma esercitano una forte pressione emotiva. Il corpo, il dolore, la resistenza, il tempo che non segue mai il nostro ritmo: è tutto lì, senza compromessi.
Detto questo, una nota critica è inevitabile. Mi sono chiesto quanto di questa forza sia diventata, oggi, mitologia. Abramović è una figura storica della performance art, ma il rischio di una sua sacralizzazione è reale e a volte smorza lo sguardo critico. “Alcune opere continuano a sedimentare a lungo, altre sembrano vivere più della loro fama che del loro impatto” suggeriscono alcune autorevoli recensioni.
La performance che più mi ha colpito resta però The Lovers, legata alla fine della relazione artistica e sentimentale con Ulay.
I due decidono di lasciarsi camminando per mesi sulla Muraglia Cinese, partendo da estremi opposti per incontrarsi una sola volta al centro, salutarsi e dirsi addio. Nessun gesto plateale, nessuna drammatizzazione. Solo il tempo, la distanza e due corpi che si ricongiungono proprio per separarsi. Contrariamente a ciò che di solito avviene nei dolorosi distacchi, se ci pensiamo.
“È un’opera di una chiarezza ancora oggi disarmante. Una riflessione sull’amore e sulla fine che va oltre la performance art e tocca qualcosa di profondamente umano. Qui il dolore non è spinto sul piano fisico, ma resta interiore, inevitabile, definitivo”.
Uscendo dalla mostra, con la neve che continuava a cadere su Lubiana, ho avuto la sensazione che tutto fosse rallentato: il silenzio, il passo, persino la stanchezza. Abramović ti obbliga a fermarti e poi ti lascia con una domanda aperta: quanto siamo davvero disposti a restare nel disagio, nel tempo lungo, nella fine delle cose, nella preparazione alla morte?
E Ulay?
Fu forse la parte più debole del sodalizio professionale, se pensiamo alla successiva celebrità mondiale di Marina, e personale, che lo spinse in tribunale per questioni di diritti d’autore su opere realizzate insieme a lei.
Tuttavia, bisogna riconoscere che Ulay era già affermato prima di Abramović e, in linea generale, la critica sostiene che entrambi abbiano avuto carriere autonome significative.
L’influenza tra Ulay e Marina fu comunque, e fortunatamente per noi, reciproca e simbiotica, narrano le cronache. “Un’interazione costante di sfida, complementarietà e confronto artistico e personale, esplorando i limiti della relazione uomo-donna attraverso performance estreme che li hanno portati a fondere le loro identità artistiche prima della dolorosa separazione che ha segnato il loro percorso individuale e la successiva querela legale, dimostrando come la loro arte fosse inscindibile dalla vita e viceversa”.