Ho letto con attenzione l’articolo “Alex Schwazer, la difesa impossibile: perché il campione C è inutilizzabile”, pubblicato sul Tempo qualche giorno fa, e vorrei condividere con voi una riflessione.
Prima di scrivere queste righe mi sono confrontato anche con un paio di amici avvocati. Volevo capire se la mia posizione fosse dettata solo dalla stima sportiva che nutro per Alex Schwazer oppure se ci fossero elementi oggettivi meritevoli di attenzione. Quel confronto mi ha convinto ancora di più che l’articolo, pur ben costruito sul piano tecnico, lasci senza risposta la domanda più importante: quale sarebbe stato il movente? PERCHÉ?
L’articolo insiste sull’affidabilità dei protocolli, del laboratorio di Colonia e della catena di custodia, arrivando a sostenere che un’eventuale manipolazione sarebbe “quasi impossibile”. Ma “quasi impossibile” non significa “impossibile”, e soprattutto non costituisce una prova. Il fatto che un sistema sia progettato per ridurre al minimo gli errori non significa che ogni singolo caso debba essere considerato automaticamente incontestabile.
La domanda che invece manca completamente è molto semplice: quale interesse avrebbe avuto Alex Schwazer a doparsi in questa circostanza? A 41 anni, dopo tutto quello che ha vissuto dal 2012 in poi, conosce meglio di chiunque altro i rischi legati all’EPO e le conseguenze devastanti di un’eventuale nuova positività. Inoltre sapeva già di non poter essere convocato in Nazionale, perché i termini per la partecipazione ai prossimi europei di Birmingham, anche in caso di ottimo riscontro cronometrico, erano scaduti. Anche ottenendo un risultato eccezionale, pur avvenuto, non avrebbe avuto accesso alle competizioni internazionali. Perché allenarsi da solo come un demonio? Faticare tanto e investire tutto se stesso per dimostrare e dimostrarsi di essere ancora un campione, a oltre quarant’anni, per poi ricadere nel peccato originale non appaiono davvero dei colpi di genio. Quale sarebbe stato, quindi, il vantaggio concreto?
Questo elemento, da solo, non dimostra la sua innocenza. Ma rappresenta una domanda legittima alla quale l’articolo non prova nemmeno a rispondere.
Anche il richiamo al precedente del 2012 lascia perplessi. Lo stesso autore dell’articolo riconosce che quel fatto non costituisce una prova della vicenda attuale, ma subito dopo sostiene che rende più difficile credere alla sua difesa. Questo è un ragionamento che incide sulla percezione pubblica, non sull’accertamento dei fatti, sostengono i miei amici avvocati. E voi che ne pensate? Ogni caso dovrebbe essere valutato autonomamente, sulla base delle prove disponibili e non della storia personale dell’atleta, rischiando di arrivare all’ennesima gogna mediatica.
Infine, il cosiddetto “campione C” viene liquidato come privo di valore perché raccolto fuori dalla catena di custodia ufficiale. Dal punto di vista regolamentare questo può anche essere corretto. Tuttavia, sostenere che non abbia valore processuale è diverso dall’affermare che non possa avere alcun interesse scientifico o investigativo. Sono due piani distinti che l’articolo tende a sovrapporre e ho il mio conforto giuridico a riguardo. Vi serve un buon avvocato?
Forse il mio giudizio non è del tutto privo di una componente personale. Sono un marciatore da molti anni e ho avuto il piacere e l’onore di gareggiare con Alex Schwazer a Vipiteno nel 2008, in una prova di Campionato Italiano di marcia, quando lui era nel pieno della sua crescita sportiva, dopo la medaglia di Pechino e prima dello scandalo che precedette le Olimpiadi di Londra. Io ero già un “vecchio” marciatore, ormai master pur gareggiando ancora nella categoria senior. A fine gara scattammo anche una foto insieme, che conservo con piacere. Non siamo amici e non pretendo certo che questo abbia un valore ai fini della vicenda, ma quell’esperienza mi ha lasciato una profonda stima per l’atleta e per l’uomo, allora ragazzo, che ho visto su quel campo di gara di una veloce e vittoriosa 10 Km tra le stradine altoatesine della sua cittadina natale.
Proprio per questo continuo a interrogarmi sul senso di ciò che sta accadendo. Ho sempre avuto la convinzione che il coraggio dimostrato da Schwazer, nel denunciare il sistema di doping diffuso nell’atletica russa, gli abbia attirato molte ostilità. Non posso affermare che esista un collegamento tra quella vicenda e quanto sta vivendo oggi, perché sarebbe una conclusione che allo stato attuale non è possibile dimostrare. Tuttavia, come marciatore e come appassionato di questa disciplina atipica e spesso incompresa, ma di ricorrente vanto italiano olimpico e mondiale, non riesco a escludere che quella presa di posizione possa aver contribuito a renderlo una figura scomoda. I poteri forti e incontrollabili esistono anche nello sport, non prendiamoci in giro.
Personalmente continuo a ritenere che questa vicenda meriti di essere affrontata senza pregiudizi. Difendere la presunzione di innocenza non significa negare il valore del sistema antidoping, ma ricordare che nessun sistema è infallibile e che ogni caso va esaminato nella sua specificità. Prima di emettere un giudizio definitivo, credo sia giusto attendere che tutti gli elementi vengano valutati con rigore e imparzialità, senza trasformare ipotesi o valutazioni di probabilità in certezze assolute. Quel giornalista avrebbe dovuto tenerne conto, ma si sa che è più facile aizzare per farsi leggere.
Per questo, almeno fino a quando tutti i fatti non saranno chiariti, continuerò a concedere ad Alex Schwazer il beneficio del dubbio. Non per cieca fiducia, ma perché… cito gli amici del Foro: “il dubbio, quando è fondato su argomenti e non su pregiudizi, è uno dei principi più importanti di ogni Stato di diritto e di ogni giudizio davvero equo.