Una lingua in trasformazione

Professioni femminili

La scorsa settimana è partito il mio progetto di un nuovo volume sulla scrittura professionale: Il Business Writer 2. Anticipando i tempi e la pubblicazione di un intero lavoro, volevo accennarvi a una lingua italiana in continua evoluzione, sottoponendovi un mio nuovo studio sul tema professioni femminili.

Parto, a puro titolo esemplificativo, dal dibattito che oggi esiste e resiste più che mai tra l’uso di avvocato e avvocata. Esempio che mostra bene come la nostra lingua cambi nel tempo. Le istituzioni linguistiche, come l’Accademia della Crusca, sottolineano la regolarità della forma femminile. In molti contesti accademici e amministrativi questa forma si sta diffondendo rapidamente.

Allo stesso tempo, le abitudini professionali e la tradizione del linguaggio giuridico continuano a mantenere in vita l’uso del maschile.

Almeno per il momento, le due soluzioni convivono. Come spesso accade nella storia delle lingue, sarà probabilmente l’uso nel tempo a stabilire quale forma diventerà predominante. Nel frattempo, la discussione stessa racconta qualcosa di più ampio, ovvero il modo in cui la lingua accompagna o addirittura rincorre i cambiamenti della società.

Desidero partire dalle indicazioni dell’Accademia della Crusca. Una posizione chiaramente favorevole al termine “avvocata”, perché i nomi in “o” formano normalmente il femminile in “a”. Soprattutto per il linguaggio giuridico e amministrativo, la Crusca invita esplicitamente a usare i femminili professionali (magistrata, avvocata, difensora, eccetera). Quindi che dire del temine “avvocatessa”? Basta osservare la pratica contemporanea. “Avvocatessa” è un termine percepito da molti come datato o poco professionale, anche se non è scorretto usarlo. “Avvocata” è in crescita, soprattutto nei media, nell’accademia e nei documenti istituzionali. 

Ma mi soffermo volentieri su ciò che si usa nel linguaggio universitario oltreché giuridico e amministrativo 

Nell’ambito accademico la situazione è interessante perché le norme linguistiche e le pratiche reali non coincidono sempre, mi conferma l’amica Paola dottoressa Tognolo dell’Università di Verona. La tendenza è molto più favorevole ai femminili professionali. Molte università oggi usano sistematicamente i termini: professoressa ordinaria, rettrice, direttrice di dipartimento, avvocata (quando si parla di professioniste).

Nel mondo forense italiano, tornando al secondo buon modello da considerare con attenzione, prevale ancora una forte inerzia verso il maschile tradizionale. Molte professioniste continuano a preferire “avvocato”, per tradizione professionale, per abitudine, per uso sociale o ancora per i modelli standard degli atti. Tuttavia, qualcosa sta cambiando e nei contesti formali (atti legali, studi, targhe) si trovano tutte e due le soluzioni, anche perché il Consiglio Nazionale Forense non impone una forma obbligatoria.

Nel terzo modello considerato, il settore pubblico (comuni, regioni, ministeri, eccetera), la questione parrebbe più ibrida, ma la spinta verso il femminile è sempre più esplicita e normativa con linee guida che raccomandano di usare il femminile delle cariche, quando si è a conoscenza della persona, e di evitare il maschile neutro. In altre parole e per fare alcuni esempi: il ministro diventa ministra, il sindaco diventa la sindaca e l’avvocato diventa per l’appunto l’avvocata.  

Insomma, sembrerebbe che il cambiamento linguistico parta dalle istituzioni culturali e amministrative, mentre il foro legale resta il contesto più conservatore.

Ma facciamo un po’ di storia. “Avvocata” non è affatto una parola moderna. In realtà ha una storia molto antica nell’italiano, anche se con significati un po’ diversi, specie in ambito religioso nel senso di interceditrice presso Dio. Tuttavia, “avvocata” dà l’impressione di essere moderna perché la professione legale è stata quasi esclusivamente maschile fino al XX secolo

Inoltre “Avvocata” ha incontrato più resistenza rispetto ad altre parole come “sindaca” o “ministra” per una ragione linguistica e sociologica. A differenza di molte altre professioni, per avvocato esisteva già una forma femminile tradizionale: avvocatessa. Il suffisso -essa è molto antico e produce parole come: professoressa, dottoressa, principessa. Tuttavia oggi avvocatessa, come anticipavo, è spesso evitato perché il suffisso -essa in alcune professioni viene percepito come diminutivo o comunque vetusto. 

L’ingresso tardivo delle donne nella professione ha trovato il titolo già stabilizzato, questa è la verità. Ricordiamoci della serie Netflix sulla prima avvocata d’Italia dal titolo “La legge di Lidia Poët”. La storia, che mescola dramma storico e procedurale leggero, segue le vicende realmente accadute della prima donna a entrare nell’Ordine degli Avvocati italiano. L’attrice Matilda De Angelis veste i panni di Lidia Poët in una vicenda ambientata a Torino. La fiction racconta la lotta di Lidia per esercitare la professione forense in una società profondamente maschilista, difendendo gli innocenti e indagando sui casi. Lidia Poët, però, non si arrese mai a questa visione e continuò l’attività legale con il fratello Giovanni Enrico, pur senza poter patrocinare nei tribunali fino alla definitiva iscrizione all’albo di Torino avvenuta a 65 anni.

Del resto solo negli ultimi decenni linguisti e istituzioni hanno promosso il femminile esplicito, perché in italiano il maschile viene spesso percepito come forma neutra o generica. Fino a poco fa era considerato normale parlare di avvocato Maria Rossi o di ministro Marta Cartabia, per l’abitudine al maschile neutro. Ma, oltre alla linguistica contemporanea, diamo spazio anche alle propensioni personali. Pensiamo solo alle preferenze della nostra attuale presidente del consiglio. Nelle comunicazioni ufficiali di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni viene indicata come “il presidente del Consiglio”. Sebbene la forma femminile “la presidente” sia corretta dal punto di vista grammaticale e raccomandata dall’Accademia della Crusca, Meloni ha scelto di utilizzare il maschile. 

In definitiva, se è evidente che il termine avvocata ha incontrato più resistenze al cambio perché esisteva già avvocatessa, perché il linguaggio giuridico è molto conservatore e perché le donne sono entrate tardi nella professione, consideriamo anche fondamentale che il maschile è stato percepito a lungo come neutro. Il “maschile neutro”, spesso chiamato più precisamente maschile non marcato, è un concetto linguistico e grammaticale che si verifica quando la forma grammaticale maschile viene utilizzata per riferirsi a gruppi misti (es. “i bambini” per indicare maschi e femmine) o come forma generica e universale.

Facciamo un altro esempio di titolo con incerta gestione e alterna fortuna. Se oggi la tendenza generale, almeno dell’italiano istituzionale e accademico, è un aumento dell’uso di “avvocata”, ora voglio soffermarmi sul termine commercialista. Già, ne ho una a casa di commercialista, e bella agguerrita!

Con analogo ragionamento al precedente non ci sono dubbi, anche se ci sono molte resistenze da parte di alcuni colleghi maschietti. Per una donna, nell’uso oggi più comune e corretto, si dice: dottoressa commercialista oppure commercialista (termine invariato ma con articolo/aggettivi femminili: “la commercialista”, “una brava commercialista”, eccetera). 

La forma “dottore commercialista” riferita a una donna oggi è percepita sempre più come datata o burocraticamente tradizionale, anche se in passato era molto usata negli albi professionali e nei documenti ufficiali. La differenza rispetto a “avvocata” è interessante. Commercialista è già un sostantivo in -ista, quindi grammaticalmente funziona bene sia al maschile sia al femminile: il commercialista – la commercialista (il/la giornalista – il/la dentista – il/la pianista). Non c’è quindi la stessa pressione morfologica, come sottolinea l’Accademia della Crusca, che ha portato alla diffusione di “avvocata”, “ministra”, “sindaca”, ovvero con parole che cambiano desinenza.

Se ci si riferisce al genere femminile, dottoressa commercialista è la forma oggi più naturale e coerente, anche se negli usi professionali più formali si trova ancora “Dott.ssa Maria Rossi, commercialista” o peggio “Dott.ssa Rossi”. Un po’ come analogamente capita alla maestra pianista, dove il femminile evita forzature e riconosce la parità di genere nel linguaggio contemporaneo, anche se talvolta resiste il titolo di “maestro” per le donne in contesti formali o direttoriali e ancora dalle preferenze personali.

Torno a mia moglie e alla sua professione, riprendendo ancora l’illustre pensiero linguistico dell’Accademia della Crusca che tende a considerare pienamente legittimo l’uso dei femminili professionali quando il referente è donna, ribadendo che: “la dottoressa commercialista” è corretto e consigliabile, ma che “la commercialista” è forma molto comune, mentre “il dottore commercialista” è più tradizionale e meno attuale (seppur ancora usato).

Concludo sottolineando che l’italiano ha due generi grammaticali: il maschile e il femminile, ma non il neutro, e che l’italiano distingue nel numero: il singolare dal plurale, non avendo il duale come c’era nel greco antico. Dobbiamo prendere atto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale e che forse un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, ovviamente non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico, potrebbe risolvere molti problemi sul piano linguistico. Basta che il cielo ci liberi da schwa, asterischi o chiocciole.

Avanti tutta!

Prev post: VINI STRAORDINARI DEL MONDONext post: IL CASO SCHWAZER OLTRE I PREGIUDIZI: DOV’Ė IL MOVENTE?

Related posts

Sono imprenditore nel settore metalmeccanico per la ristorazione professionale e da oltre trent’anni seguo l’omonima azienda di famiglia, riferimento industriale del Made in Italy dal 1952. Leggi tutto

Ultimi articoli